Il Gemito di Partenope

 

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Il Gemito di Partenope

 

Nacqui a Capodichino o Caput-clivii, come veniva chiamato nel Medio Evo, vivo a Marianella che diede i natali a S.Alfonso Maria de Liguori e che pure è ricordato, nell’iconografia classica, con il caput clivi per la gibbosi e con il volto sorridente, come condannato a dover sostenere con gioia le fatiche del mondo.
 
Non un triangolo, come avrei voluto fosse stato il percorso ideale del cammino che mi ha condotto a questa specifica ricerca, ma il viaggio tra due punti di una linea retta. Due punti indistinguibili, che si toccano già su una cartina topografica a larga scala e che non si percepiscono addirittura in una più larga geografia.

 

Avrebbero potuto essere i punti estremi di una freccia il cui vertice era puntato sull’isolotto di Megaride, per percorrere un viaggio perfettamente verticale diretto nel profondo sud quando tutti guardano il Nord, passando obbligatoriamente per il centro del golfo di Napoli.

 

Sarebbe stato un viaggio iniziatico attraverso i gameti ed i cromosomi dell’uovo cosmico fino a penetrare la stessa Partenope e a perforarla per poi inabissarmi nel mare e ritrovarmi, che so, in qualche parte dell’Africa simile alla mia terra e quindi morire senza percorrere la strada del ritorno, perché non è importante vivere dopo un simile viaggio, ma è importante aver toccato la luce che è negli abissi, è importante aver ascoltato il gemito di Partenope.
 
Avrei voluto raccontarvi della mia nascita e forse sarei stato frainteso. Il rischio di somigliare a Madame Bovary è molto facile in un mondo non più abituato ad un certo linguaggio.
Quindi non l’amore per Napoli (che non è napole-tanismo querulo), ma l’esaltazione incombente dell’Io sarebbe risultato mio malgrado.
 
E allora non un triangolo, dicevo ma una semiretta. Un piccolo spazio tra due punti, Capodichino e Marianella, che ho percorso in entrambe le direzioni, in un via vai affannoso senza sosta, come un “cardillo” accecato, come un detenuto nella cella, come il moto perpetuo del pendolo o come un rituale ossessivo; non l’atassia, ma l’affannosa ricerca del Super-Io razionale e morale.

 

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