PROLOGO

Copertina Pullecenella - L'Archetipo del teatro

PREFAZIONE

di
Luca Torre

MONOLOGO DI PULCINELLA
DA
GESUALDO

DI LUCA TORRE

Simmo crejate p’ ‘a pazziella ‘e ll’ate. Nuje simmo nate tantu tiempo fa, quanno lo vero fuje ammascherato. Pecchè la gente nun vo’ sape’ cchiù niente. Quanno ce vede, vede ‘na facciata. 0
triste, o allera, ma nata sulo pe’ scaccia’ li guaje; p’addubbechia‘ ‘e penziere. Quanno cala la sera, la gente vene, ride, e se ne va.
Ma, quanno cala la tela, ogni penziero antico resta ccà. Sotto a ‘sti mmaschere, ca nisciuno vede, ce sta lo vero dell’umanità.
E allora, ogni farsa è ‘na tragedia grande, addo’ la gente ride e nun capisce niente. Nun s’arricorda che tantu tiempo fa ‘nzerraje sotto a ‘na maschera ‘na lesa Majestà. Arapette ‘nu stipo e nce mettette n’ostia janca come a ‘na palomma. E se scurdaje ch’era sulo ‘na maschera d’’o sanghe ‘e n’ommo ch’era muorto acciso pe’ nun s’ammascherà; ma pe’ smaschera’ ‘na maschera busciarda,
‘na falsa divinità; ‘a maschera cchiù maschera che ce po’ sta: ‘a ricchezza! (Pausa) Che fa credere a ll’uommene d’essere comme a Dio, e fa ridere a Dio pe’ sta munnezza ‘e ll’uommene.

Strabiliante il lavoro di Ciro De Novellis su Pullecenella come archetipo del Teatro. Un testo dove la ricerca delle origini di questa maschera dalle fattezze di un gallinaceo gibboso e dal lungo becco adunco, dalle movenze teatrali di una gallina padovana e dalla voce chioccia, riporta alla mente il Cicirrus (in italiano galletto) di oraziana memoria e alcuni testi sul comico. Il nostro Pulcinella ci richiama alla memoria i personaggi delle fabulae atellanae, specie la maschera di Macco che deriva dal latino Maccus che significa sciocco e indica una persona stupida, o meglio uno Zanni “ottuso e deforme” e Dosseno, dal latino Dossenus che significa gobbo. Dai suoi antenati latini, la nostra maschera partenopea ha ereditato proprio la caratteristica della gobba, il naso appuntito e l’atteggiamento goffo, popolano e grossolano. Dicevo prima di alcuni testi che tornano alla mente in merito alle caratteristiche sincretiche sul comico, ovvero sulle maschere e in particolare quella di Pulcinella. Quindi va ricordato il saggio di Henri-Louis Bergson (1859-19841) Il Riso (Ed. Laterza 1916); quello di Armando Plebe (1927) su La Nascita del comico (ed.Lateza 1956) e non ultimo quello su L’umorismo ( Ed. Tascabili Newton 1993) di Luigi Pirandello (1867-1936). Non ultimo perché non si può escludere La scienza del comico (Calderoni editore 1982) di Giorgio Celli (1935-2011) con la ironica prefazione di Umberto Eco. L’eccellenza del comico per Bergson è la comicità delle forme e quella dei movimenti. Elementi questi che si ritrovano tutti nella marionetta. Ricordate la marionetta Totò? Bene, Totò è stato un grande comico perché della comicità ha rappresentato l’essenza. Da qui nasce il comico. Ovvero la comicità che per Plebe è frutto di una slegatura tra il riso di gioia e il riso della beffa, e della derisione. Ma occorre dire che il comico, o l’opera comica secondo Pirandello, è una forma d’arte particolare che nulla ha da vedere con la ostinata liricità dell’estetica crociata, poiché si fonda sulla dissonanza di forme e di gesti. Quelli del Pulcinella, appunto. Eco riprende Celli affermando che secondo lo scienziato (etologo, entomologo, scrittore e conduttore televisivo, cito da wiki) “Il proprium dell’uomo è di essere ridens” (da non confondere con la Iena Ridens, così chiamata soltanto perchè emette un verso che ricorda moltissimo la risata umana, ma senza che sia frutto di una coscienza avvezza al comico). Dunque, Celli porta avanti una sua teoria, confermata da riflessioni non soltanto etologiche, affermando di passaggio la comicità del mondo animale, ma travalicandolo nel mondo della scienza e della fantascienza umana poiché pare che il risultato delle sue ricerche in merito sia che la natura tutta possegga in se stessa qualità comiche. Affermazione non peregrina e che varrebbe la pena di attestarla con una seria e approfondita ricerca. Volendo fare una sintesi, a questo punto, si può senza dubbio sostenere che pulcinella come marionetta sgraziata e come gallinaceo concentri in sé l’essenza della comicità.
Ossia ne rappresenti l’archetipo. Ma De Novellis non si ferma qui. Vuole sapere tutto su questa maschera e anche se percorre strade già fatte riesce a cogliere particolari della sua tesi anche
attraverso opere pittoriche di grandi artisti come Giandomenico Tiepolo, Salvator Rosa, De Chirico, Picasso fino a galleristi come Lucio Amelio nella cui collezione Terrae Motus ritroviamo anche il corpo morente di Pulcinella. E affermava che “Pulcinella è ogni artista”, forse rielaborando, involontariamente, un concetto di Croce che sosteneva che in ogni essere umano v’è un po’ di Pulcinella. Infatti egli è convinto, con Francesco De Sanctis, che sotto il nome di questa maschera agisca “non un individuo artistico, ma una serie di individui, variamente determinati e coloriti da vari attori e scrittori comici che per più secoli si sono valsi di quella figura” (B. Croce, 1866-1952, “Pulcinella” Il personaggio del napoletano in commedia, ed. Grimaldi e Cicerano, 1983).
Invano Croce fa ricerche per definire storicamente l’autentica nascita di questa maschera. Perciò non può che limitarsi ad affermarne la data della nascita teatrale. Ovvero quella che tutti
sappiamo nell’incertezza della verità: Pulcinella come personaggio del teatro della commedia dell’arte nasce ufficialmente con una commedia del comico Silvio Fiorillo (1560-1632 circa): La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella, scritta nel 1609 ma pubblicata soltanto nel 1632 dopo la morte dell’autore. Quindi, l’avventura di Pulcinella De Novellis non può far altro che percorrerla in ambito teatrale come elemento fondante, ossia come struttura antropologica della comicità umana. Per cui richiama autori come Vladimir Jakovlevic Propp, James George Frazier e tanti altri come testimoni della sua tesi sulla maschera partenopea. Per Fausto Nicolini (storico e letterato napoletano) Pulcinella sarebbe soltanto un nome specifico del secondo Zanni, del tipo grottesco affermatosi in Lombardia, all’inizio dell’età moderna. Mi viene da ridere pensando che Pulcinella sia potuto venire dal Nord. Il percorso storico che De
Novellis imputa a Pulcinella è ampio e ben inquadrato. Partendo dalle Atellane, passa per il Carnevale per giungere all’ultimo Pulcinella. Maschera senza maschera, ricordata da Ino Fragna. Lo
stesso che nel testo del De Novellis riporta una tirata di Pulcinella che si pone problemi amletici con la lengua de’ maccarune.
Un momento stimolante, sociologicamente e storicamente parlando, è introdotto da una rapida e peregrina carrellata di De Novellis che va dalla fine degli anni cinquanta all’inizio degli
anni ottanta e corredata da un articolo di Titti Marrone pubblicato su Il Mattino nel dicembre 1990, con l’icastico titolo Il giullare del potere, oggi di grande attualità, che l’autore riporta per intero.
Titti Marrone fa un’analisi che restituisce alla maschera la sua dignità e presenza nella cultura europea. E che questo Pulcinella, maschera osteggiata e dileggiata, può “diventare un simbolo
positivo della napoletanità, può essere assunto come metafora della autonomia di coscienza della cultura occidentale”.
Il volume si conclude riproponendo la partitura del Pulcinella, prima messinscena 15 maggio 1920, di Igor’Stravinskij (1882-1971). Una chicca forse non molto nota ai giovani amanti della
musica dal “ritmo ostinato” degli africani che in varie forme si è insinuata tra le pieghe delle tonalità del nostro “temperamento equabile” realizzato nel XVII secolo da Werckmeister.
A questo punto il lettore mi permetta qualche divagazione sul termine “maschera” che, come afferma l’autore, è di etimo incerto. Dunque spinto al gioco etimologico si può dire di sicuro
che è uno strumento indispensabile per la caratterizzazione dei personaggi della tragedia greca. In latino maschera era detta persona. Queste personae erano fisse, fatte in modo da esprimere
il carattere interiore del personaggio interpretato. V’è comunque un trasloco etimologico da persona a masca, a mascara, a mascra.
Fino al napoletano mascatura. Nel medioevo una maschera in ferro veniva posta anche sul volto delle donne portate al martirio su un carro quando imperava la nefasta inquisizione. Solo che
per impedire alle donne di emettere grida di protesta o di dolore la maschera veniva chiusa con un chiavistello (mascatura) che le faceva rassomigliare ad un uccello notturno che in greco e poi in latino si diceva strix. Da qui la nascita del termine strega.
Ma v’è un capitolo che non può essere messo in secondo piano ed è quello che riguarda l’itinerario etimologico che De Novellis, con grande maestria storica, porta avanti per quanto riguarda il
percorso da larva a sola a masca. In tal senso è una vera e propria primogenitura che merita l’attenzione specie del lettore culto.
Divagando divagando arriviamo alla nascita letteraria di Pulcinella. Provo a raccontarla un po’ parafrasando e un po’ citando un racconto dello scrittore francese Ottavio Feuillet (1821-1890) autore, tra l’altro, di famosissimi feuilletons. Nel suo Vita e avventure di Pulcinella, racconta di un barcaiolo chiamato Pulci che viveva da vent’anni con sua moglie senza aver potuto
avere figli. E giorno e notte non cessavano di dolersene. Finché la povera sora Pulci non si comprò un piccola culla per ninnarvi le sue paturnie.
Una sera imbestialito da questa farsa il marito, che aveva bevuto più del solito, cominciò a dar pugni sulla tavola e così pregò: ”Vergine santissima, abbiate pietà di noi”. Dopo questa preghiera e dopo un fuggi fuggi spaventato del gattone di casa e di un uccellino, sentirono uscire un grido strano provenire dalla culla. Il vecchio Pulci chiamò la moglie e disse: ”Guarda qua” E indicò la culla in cui c’era una creaturina che si dimenava graziosamente. Era nato il figlio di Pulci, Pulcinella. Era un archetipo che dall’Iperuranio platonico si materializzava nel mondo degli umani. In effetti, la nascita così narrata di Pulcinella non può che ritenersi il frutto di prodigio che l’uomo ha estratto dal suo profondo per distrarsi dai suoi guai e dalle sue miserie. Antonio Petito nelle vesti di Pulcinella ne mutò anche il carattere. Da servo sciocco ne fece il deus ex machina delle sue commedie (pubblicate tutte nel 1978 dal sottoscritto in sette tomi dal titolo Tutto Petito) e le sue farse furono spesso denunce sociali più che manifestazioni di servilismo e stupidità. Il Pulcinella di Petito subiva così una metamorfosi,
un’evoluzione: da scemo del villaggio vittima designata dei più furbi, aveva acquisito le caratteristiche di uomo di città e nel contempo un carattere arguto e insolente ma, soprattutto, dotato forma di essere mezzo umano e mezzo uccello una datazione della sua nascita pare la si ritrovi tra le pitture della Tomba di Pulcinella, che fu scoperta nel 1872 a Tarquinia e databile alla fine del VI sec, a.C. Tomba che è stata inserita qui tra le immagini a colori fuori testo, e di cui riporto la breve descrizione del ritrovamento. Importante: sulle pareti della tomba si evidenzia un personaggio mascherato e danzante, denominato Phersu, che tanto rassomiglia al nostro Pulcinella.
L’affresco è riportato dal filologo ed etimologo Giovanni Semerano (1911-2005) nel delizioso testo Il popolo che sconfisse la morte (Bruno Mondatori 2003). Semerano si chiede: “ Concesso che
Phersu sia un’anonima maschera (di chi?) è personaggio tragico o comico?”. Ultima riflessione scaturisce dalla ricerca antropologica di De Novellis e mi viene da pensare in primo luogo a Salvatore De Muto, ultimo storico Pulcinella, che al teatro San Ferdinando impersonò per lungo tempo il ruolo di questa maschera e che, il 22 gennaio del 1954, in questo teatro diede il suo addio alle scene.
Morì il 9 marzo del 1970 all’età di 94 anni.
E poi a quel soggetto vagante per le strade di Napoli, con costume colorato e coppolone: il Pazziariello che ancora Totò rappresenta nel film L’oro di Napoli di Marotta (1902-1963) dal’autore stesso sceneggiato per la regia di Vittorio De Sica nel 1955.
Ma il vero ed ultimo pazziariello fu Michele Lauri trovato morto per gli stenti e l’abbandono delle Istituzioni nella sua casa a vico Colonne Cariati n° 36 circa dieci anni fa. Era un Pulcinella che moriva dieci anni fa, o il succo della nostra anima neapolitana?
In conclusione questo testo di De Novellis è tutto da leggere e da riflettere per chi ama la ricerca della verità.

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